SAN GUGLIELMO DA VERCELLI E L’INCORONATA

IN SINTESI
Presso il Chiesa di Santa Maria Coronata, intorno al 1140, dopo una prima presenza di Monaci Italo-greci e/o Basiliani, arrivarono i Monaci Benedettini di Montevergine (o ‘verginiani’) e il primo Abate fu San Guglielmo da Vercelli (1140-1142).
Suo successore fu l’Abate Pietro (1143-1157), poi venne Donato (1158-1196), seguì Bartolomeo (1197-1218) ed infine Leonardo (1218-1232) fu l’ultimo degli Abati verginiani.
Dopo il 1232, i Cistercensi si susseguirono nella cura pastorale del Santuario dell’Incoronata rimanendovi dal secolo XI al secolo XVI.

        

NOTIZIE APPROFONDITE (da ‘L’Incoronata di Foggia’ di Giovanni D’Onorio De Meo e ‘Vita di San Guglielmo’ di Mongelli)

San Guglielmo da Vercelli ed i suoi monaci all’Incoronata

Verso la fine dunque del 1140 il fondatore dei verginiani si stabilì all’Incoronata con alcuni suoi monaci, dopo aver ottenuto il permesso necessario dalle autorità religiose e civili. Egli occupò il pio luogo, adattandolo al suo spirito di preghiera e di lavoro, e i suoi seguaci si moltiplicarono rapidamente. Egli stesso vi rimase circa tre anni alla guida della giovane ma promettente comunità: fu il periodo che precedette la sua santa morte avvenuta in un altro suo monastero, quello del Goleto, dove era giunto da poco dall’Incoronata, nel 1142.

Quali le ragioni che fecero preferire al Santo l’Incoronata come ultima sua dimora?

Forse è facile immaginarle nella solitudine e nella possibilità di vita eremitica che il luogo offriva, e di cui il Santo era così desideroso; e anche perché esso corrispondeva agli aspetti peculiari della sua spiritualità.

Fedele alla regola benedettina, devotissimo del Redentore e di Maria SS.ma, desideroso di praticare l’ideale eremitico senza abbandonare quello apostolico, nell’umiltà e penitenza, S. Guglielmo aveva modo di immergersi nella contemplazione e attivamente lavorare alla salvezza del popolo di Dio.

Il padre Tropeano, direttore della biblioteca Nazionale di Montevergine, sintetizza così l’opera dei suoi primi confratelli: “Accanto all’azione religiosa i verginiani svolgevano una fervorosa opera nei campi dell’istruzione, del lavoro artigianale e di quello agricolo che si rifletteva in senso positivo e benefico sulle popolazioni rurali; in un ambiente come quello meridionale, il cui sviluppo era soffocato dall’imperante sistema del latifondo, l’opera svolta dai monaci di Montevergine nei loro monasteri di campagna veniva a costituire l’unica spinta ad un certo rinnovamento di vivere civile, l’unica luce in un mondo di tenebre… Nella Puglia infatti l’attività dei verginiani si svolse in zone abbandonate e disabitate, per avviare le opere di bonifica e di ripopolamento lungo le grandi strade di comunicazione e per l’assistenza ai soldati.

Ogni casa religiosa, accanto all’azione apostolica, doveva svolgere una funzione politico-sociale e trasformarsi in centro di lotta contro l’egemonia politica” (10).

Perciò sotto la guida dei monaci verginiani il monastero dell’ Incoronata assunse ben presto una certa importanza tanto che già nel 1143 si trova decorato del titolo di Abbazia¹¹.

I monaci intenti alla preghiera, al ministero e al lavoro dovettero moltiplicarsi tanto che nel 1149 l’Abate Pietro può permettere che un gran numero di essi si rechino al Monastero del Goleto perché attendano al coro ed al servizio religioso delle monache del suddetto monastero. Si pensi che si trattava di inviare al Goleto ben 74 religiosi, di cui 62 coristi e 12 sacerdoti¹².

Questi accordi vennero presi tra l’Abate dell’Incoronata Pietro ed il Preposito del Goleto, alla presenza dell’Arcivescovo di Salerno, senza che Montevergine s’intromettesse nella faccenda¹³.

Nel 1156 abbiamo il primo documento pontificio ufficiale che ci parla dell’Incoronata e in esso si dice che il “monasterium S. Mariae Coronatae” è sottomesso alla giurisdizione del Vescovo di Troia benedicendum in eo abbatem et iura episcopalia exercenda ¹?”.

Nel 1158 l’Incoronata¹? riceve in donazione due chiese dal titolo di S. Maria e di S. Damiano ed un mulino; benefattore è Elia, figlio di Guglielmo, signore di Gesualdo. Nel 1198 l’Abbate dell’Incoronata insieme al Vescovo di Troia, vengono incaricati da Innocenzo III di eseguire la sua sentenza che restituisce il beneficio ad un sacerdote innocente ¹?.

Dal 1218 iniziano le prime trattative e tentativi per trasportare all’Incoronata il Convento di S. Spirito di Gulfiniano o della Valle del Fico¹?. Il Papa Onorio III¹? da parte sua non ha nulla in contrario, basta che siano favorevoli e diano il loro benestare il Vescovo ed il capitolo della diocesi di Troia. Però prima di parlare di questo episodio, che consentirà la venuta dei Cistercensi all’Incoronata, vediamo con ordine come si svolsero le cose.

I monasteri dipendenti da Montevergine o fondati da S. Guglielmo si erano ingranditi e costituivano una vera potenza economica, oltre che religiosa e civile.

Tutti gli Abati sentivano il bisogno di unirsi, affinché in caso di angherie o di soprusi intervenissero tutti insieme a difesa della fondazione e quindi ci si immunizzasse contro la prepotenza dei signorotti. Tale unione però doveva lasciare a ogni Abate la sua indipendenza ed autonomia sulle terre e averi che ciascun monastero possedeva. L’Abate Giovanni di Montevergine però pretendeva una vera giurisdizione sugli tri conventi; ma a tale politica si ribellò Padre Leonardo, Abate dell’Incoronata. La controversia si protrasse per più anni.

L’abate Leonardo ricorse al Papa per la spogliazione delle chiese di S. Pietro di Chiusano, di S. Maria di Paternopoli e di S. Leonardo di Montemarano, decretati dal Vescovo di Ascoli Satriano, a favore di Montevergine nel 1224 ¹?.

Con Gregorio IX si giunse ad una conclusione nel 1228. Ruggero, Vescovo di Avellino, l’Abate Bartolomeo del monastero di S. Salvatore e l’Arcivescovo di Avelino sono gli incaricati di dirimere la questione senza possibilità di ulteriore appello.

L’otto febbraio del 1228 fu emessa la sentenza che condannava in contumacia l’Abate dell’Incoronata, dava al Monastero di Montevergine le suddette tre chiese e sottometteva all’obbedienza il monastero.

Tale controversia, causata dalla troppo ingerenza del Monastero di Montevergine sugli interessi del convento dell’Incoronata e da un eccessivo desiderio di indipendenza, portò a un allontanamento sempre più accentuato fra i due monasteri, sino a raggiungere una rottura definitiva²?. monaci dell’Incoronata allora, per sottrarsi alla giurisdizione di Montevergine, passarono in blocco ai Cistercensi.

 ALCUNE NOTIZIE CIRCA I CISTERCENSI ALL’INCORONATA

La presenza dei Cistercensi all’Incoronata è documentata in modo sicuro dai più grandi storici dell’ordine, quali Cottineau, Cavinez, Janauschek e ultimo il Bedini²¹.

Di questa presenza cistercense parlano anche altri autori²².

L’iter del passaggio dell’Incoronata dai Verginiani di Montevergine ai Cistercensi si compì tra il 1218 al 1230 circa. Lo statatum 27 del Capitolo Generale Cistercense del 1232, annota che fu Papa Gregorio IX a far dono all’Ordine Cistercense del Santuario dell’Incoronata.

Sotto i Cistercensi l’Abbazia rifiorì rapidamente. I monaci oltre che attendere alla vita austera e contemplativa, in conformità alla Regola, provvedevano col lavoro anche alla propria sussistenza ed al consolidamento economico del monastero. Coltivavano la terra, bonificavano terreni adatti per porli a coltura, combattevano la malaria con opere specifiche. Esperti in edificare e restaurare chiese e conventi, sapevano costruirsi gli edifici di cui abbisognavano.

Attraverso “l’Ora et labora” di San Benedetto, applicato con zelo e pietà alla vita, dettero al pio luogo tanto sviluppo e decoro.

Per lo zelo dei cistercensi infatti e il loro grande numero, l’afflusso dei fedeli dovette aumentare, per cui il tempio si rese insufficiente alle nuove esigenze. Bisognava ingrandirlo. Ed ecco l’intervento del Conte Guevara, che finanzia una vera ricostruzione tanto della chiesa che del convento. Il convento nuovo dovette essere presso a poco delle proporzioni di quello che venne demolito intorno al 1955; non si fa parola infatti di successivi ingrandimenti.

Quanto alla chiesa, la tradizione dice che venne portata al caratteristico doppio piano: in basso, nel piano destinato ai fedeli, la chiesetta dell’apparizione col suo altare, e sotto di essa un ramo di quercia per ricordare il luogo ove la Vergine si era degnata di manifestarsi.

Due scale a doppia rampa conducevano al piano superiore, dedicato alla statua dell’Incoronata e all’altare a Lei consacrato.

Dell’opera del Guevara non esiste alcun documento: solo la tradizione, che a noi sembra antica, viva, venerabile e raccolta da molti autori²³, ne parla.

FILIAZIONE DELL’ABBAZIA DI S. MARIA DELLA FERRARIA

Il convento dell’Incoronata fu filiale di S. Maria della Ferraria²?, presso Caserta in Diocesi di Teano, perché fu occupata da monaci cistercensi del Convento di S. Spirito della Valle in Gulfiniano, che era appunto una fondazione di S. Maria della Ferraria. L’Incoronata aveva alle sue dipendenze molti possedimenti, prima fra tutti il suddetto S. Spirito della Valle, ridotto a grangia o fattoria.

I padri cistercensi furono all’Incoronata dal 1232-33 sin verso la metà del sec. XVI, contribuendo efficacemente alla diffusione del culto verso la Vergine Incoronata e arricchendone sempre più il tempio. Non si può stabilire con precisione la data in cui lasciarono il Santuario. Forse venne eretto a commenda, sulla metà del 1500.